Montenerodomo

Come in altri paesi dell’Appennino abruzzese, anche a Montenerodomo inizialmente in molti pensavano che la guerra non sarebbe arrivata in posti così piccoli e lontani dalle grandi città. Quando arrivarono poi i primi rifugiati provenienti proprio dai centri più grandi e addirittura dalla capitale, questa convinzione si rafforzò. Ma anche a Montenerodomo la guerra avrebbe lasciato presto il suo pesante carico di morte e distruzione.

Le prime avanguardie tedesche giunsero a Montenerodomo il 4 ottobre 1943, mentre la popolazione era in fermento per la processione di S. Francesco. Tutti videro un gruppo di militari che perlustrava il paese e prendeva nota dei punti strategici, per poi defilarsi con la stessa tranquillità con cui erano arrivati. Questo avvenimento destò sorpresa e apprensione negli abitanti che iniziò a sospettare che la pace sarebbe finita presto. Infatti, dopo pochi giorni la presenza tedesca divenne più cospicua, con mezzi che attraversava- no il paese per dirigersi verso Palena e un presidio che si installò proprio a Montenerodomo, sulla sommità del centro abitato da cui era possibile avere una visuale delle vallate del Sangro, dell’Aventino e addirittura del mare Adriatico.

Gli occupanti requisirono abitazioni private e diedero al Podestà un ordine perentorio di consegnare, entro 24 ore, vettovaglie di ogni genere e di fornire tutta l’assistenza richiesta. Nonostante queste richieste di collaborazione fossero inoltrate più volte alla popolazione, nulla giunse spontaneamente ai tedeschi che decisero quindi di iniziare la requisizione forzata di ciò di cui abbisognavano. In molti però, temendo di perdere tutto, decisero di trasferire i propri beni in masserie lontane, nelle grotte, nei pagliai e nel bosco Paganiello. Anche molti uomini si diedero alla macchia per sfuggire ai rastrellamenti. La situazione precipitò quando arrivarono i militari delle SS che, implacabilmente, si spinsero no ai rifugi più lontani e nei boschi per cercare uomini e animali. In pochi giorni si compì lo sfollamento totale di tutto il paese, anche di notte e sotto la minaccia delle armi nemiche. Alcune famiglie sfollarono verso paesi della valle del Sangro come Roccascalegna, Altino e Casoli o nei campi profughi approntati dagli Alleati nell’Italia meridionale. La maggioranza però si diresse, non senza difficoltà per le piogge abbondanti, a Pennadomo dove rimase no alla primavera del ‘44. Anche i profughi provenienti dalle grandi città che si erano rifugiati a Montenerodomo dovettero ulteriormente fuggire e in ciò furono coraggiosamente aiutati dai monteneresi a raggiungere le zone già liberate dagli Alleati.

© IWM (NA 10626) Militari inglesi nella neve, gennaio 1944

Il 26 novembre 1943 iniziò la sistematica distruzione del paese, minarono tutte le abitazioni, di cui chiusero le imposte perché l’effetto della dinamite fosse più devastante. Per tre giorni gli edifici, i pagliai, le stalle esplosero senza sosta. L’8 dicembre vi fu una seconda azione per far saltare in aria le poche case che non erano state completamente distrutte. Molti capifamiglia assistettero alla distruzione delle loro abitazioni dai boschi vicini dove erano riparati con il loro bestiame. Il 98% del paese era stato cancellato. Tra la popolazione rimasta nelle contrade si organizzò spontaneamente un’efficace resistenza, dapprima solo passiva, con l’occultamento delle derrate alimentari, quindi via via sempre più efficace con l’esecuzione di numerosi atti di sabotaggio che inasprì la condotta delle truppe di occupazione. Iniziarono i rastrellamenti, le torture e i massacri della popolazione inerme. I tedeschi si sentivano inoltre sempre più minacciati dall’avanzata degli Alleati supportati dai partigiani locali che conquistavano progressivamente il controllo dei paesi collinari come Torricella Peligna. Reagirono con rabbia inaudita al sentimento di sconfitta e il 2 febbraio nelle masserie ci furono ferocissimi rastrellamenti di uomini con la fucilazione sul posto di chi opponeva resistenza. Le donne e i bambini furono invece condotti in paese dove, all’interno di una casa semidiroccata di Rione San Martino, vennero barbaramente truci- dati. Alla ne della giornata le vittime, di quella che è rimasta nella memoria popolare come “la strage della Candelora”, furono dodici. Cinque di esse erano bambini di età compresa tra i 7 e i 13 anni. Per circa un mese le azioni militari furono rese impossibili dalla fitta coltre di neve che cadde in quel rigido inverno ma con il disgelo le battaglie ricominciarono. Il 24 marzo tre giovani monteneresi catturati e che dovevano esse- re portati al comando di Palena riuscirono a sfuggire uccidendo i due soldati tedeschi che li scortavano. La rappresaglia fu sanguinosa: nelle due notti successive venne rastrellato tutto il territorio di Montenerodomo e furono massacrati senza pietà tutti coloro che non riuscirono a sfuggire alla furia omicida. Nessuno fu risparmiato, neanche i bambini e alla ne le vittime furono undici.

L’episodio più aberrante si verificò in Contrada Vallone Cupo, dove in una stalla furono uccisi una donna incinta ed i suoi tre figlioletti di 3, 7 e 10 anni. Le truppe tedesche lasciarono progressivamente il territorio, in ritirata verso le più sicure postazioni di Roccaraso. Gli abitanti, con diffidenza e cautela, molto lentamente rientrarono in paese. Ciò che trovarono fu la desolazione assoluta: su un totale di 400 case, ne rimasero in piedi solo 5, quelle in cui erano installate le truppe di retroguardia o di avvistamento di artiglieria tedesche. Il 5 maggio 1944, in ne, giunse una truppa indiana dell’VIII armata di stanza a Casoli e il paese tornò a vivere. A ne confliitto si contarono 55 caduti civili, 17 militari monteneresi caduti o dispersi sui vari fronti di guerra.

Soltanto il gruppo dei 7 partigiani monteneresi, arruolati nella Brigata Maiella che com- batterono con gli Alleati no in Emilia Romagna, tornò in paese senza subire alcuna per- dita e con l’orgoglio di aver liberato anche altre zone d’Italia.

  • Mostra permanente

In piazza Benedetto Croce, al pian terreno del palazzo comunale, è allestita la mostra fotografica permanente “Per non dimenticare” a cura del gruppo di progetto coordinato da Gesualdo Carozza. Le foto sono testimonianze importanti della violenta distruzione subita dal paese ad opera dell’occupazione tedesca e della fase di ricostruzione successiva.

  • Monumento ai Caduti

All’ingresso della piazza Benedetto Croce, una stele in granito ricorda le vittime civili e militari di Montenerodomo. L’area monumentale, inaugurata nel 2006, si compone inoltre di tre lapidi di marmo.

  • Passeggiata tra boschi e pascoli

Ogni anno, durante l’estate, il Gruppo Alpini di Montenerodomo e Domenico D’Orazio organizzano la “passeggiata tra boschi e pascoli”. Il percorso raggiunge i luoghi montani utilizzati dai tedeschi come postazioni tra il 1943 ed il 1944.

Comune di Montenerodomo,
Piazza Benedetto Croce, 1

Tel. 0872.960109

www.montenerodomo.net

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